giovedì 13 marzo 2008

rachel barnacle risponde a uriel

Ricevo e volentieri pubblico la risposta di Rachel Barnacle a Uriel, in seguito ad una accesa discussione nata nei commenti a questo post.
Aggiungo solo che personalmente ritengo insuperabile la scena della Marsigliese di Casablanca, e obbligatorio piangervi sopra, e che dubito che la mortadella sia stata inventata per tenere lontana la gente dal potenziale rivoluzionario della lingua salmistrata, ne' che debba essere superata dal culatello.

[cut]

Aspetto qualche argomentazione, BTW.Ah si': suppongo che anche le argomentazioni siano sintomo di qualche malattia mentale.Le persone normali discutono di un quadro senza mai menzionarne una qualita' qualsiasi, suppongo.

Nei call center.

Uriel

Innanzi tutto, datti una calmata, che qua non siamo alla fiera della cagata in mezzo all’ortica.
Poi, non era mia intenzione dimostrare un bel niente. Non credo sia necessario: come ho già scritto, ciò che è accaduto negli U.K. (e nel mondo) *contemporaneamente* al “fenomeno Beatles”, è sufficiente per rendere delirante il tuo articolo.
Nello stesso, viene fornita –con enorme supponenza, cosa che probabilmente te lo ha fatto amare così tanto – *la* motivazione del successo dei Beatles: sedare gli animi, imborghesire gli spiriti. Ma non è che *una* tesi, che pur di giungere allo scopo forza assai la mano. Quel che nell’articolo tu chiami “complessità”, in realtà sono due punti ben precisi e distaccati amalgamati nello stesso discorso: il successo immeritato dei Beatles rispetto alla loro scarsità musicale, e il successo negato ad altri artisti più qualificati. L’articolo tira le somme sul fatto che debba esserci stato un complotto affinché i mediocri Beatles prevalessero sull’altrui eccellenza. Mentre i Doors parlavano di serpenti lunghi sette miglia, i simpatici capelli a padella li eclissavano con “Say Goodbye, Say Hello”. Ma le variabili di un successo clamoroso sono molteplici, difficile calcolarle con onestà, e dunque la teoria paranoide (i Beatles strombettanti Prozac delle coscienze ribelli) può stare fianco a fianco con quella fatalista (i Beatles si sono trovati nel posto e non momento giusto per sfondare), o a quella snob (la gente è scema, ama la mediocrità), e così via e così discorrendo. Una vale l’altra. Personalmente, tendo a dar credito alla più pragmatica di tutte: i discografici semplicemente tentano ogni volta di far vendere più dischi. Hanno raccattato quattro musicisti strimpellanti ma con indubbio senso della canzonetta popolare (dunque codificata, riconoscibile, di immediato consumo), li hanno circondati di uno staff coi controcazzi, ed ecco generato l’abnorme successo.
Lo hanno fatto per sedare gli animi?
Se dici sì, hai appena affermato che il tuo amato pueblo pensante non vale un cazzo. Quel pueblo pensante, su cui hai addirittura fatto un post nuovo di zecca (senza linkare questo blog, naturalmente. Finché si parla di limonate sotto la doccia va benissimo linkare, ma quando i commenti son quasi tutti contro allora meglio fare i riservati), questo pueblo dicevo, si lascia abbindolare come niente, e scoppia la Beatles Mania. Amerei ti rendessi conto del paradosso.
Non voglio nominare gli Stones, che hanno farcito in salsa piccante la stessa brodaglia dei Beatles. Ma c’erano gli Who da ascoltare. C’era Bob Dylan, la Joplin, Zappa, i Velvet. I Pink Floyd. E così via. Tutta gente nominata nel tuo amato articolo, messa lì a guisa di grandezza usurpata dai dozzinali Beatles. Devo dunque giungere alla conclusione che il tuo articolo sta affermando che un buon ufficio stampa, un ottimo staff, e un qualcosa di musicalmente facile e godibile è sufficiente per rendere manovrabile la stessa gente che tu sostieni sia in grado di *scegliere*.
Io non la penso così, dunque, torniamo al mio assunto: il tuo articolo è delirante. Io credo che le persone possano scegliere, e che sia loro possibile – anche su grandi numeri – di “crescere” con ciò che è loro più affine. Tu, il principe dell’anti-mainstream dovresti saperne qualche cosa: non credo che mamma Uriel ti abbia tirato delle scopettate in testa per impedirti di ascoltare “Yesterday” al posto dei Razor. Ma sarebbe stupido da parte tua, negare l’evidenza che un prodotto mainstream di facile ascolto – nel caso della musica – avrà sempre più successo di una suite sperimentale e pionieristica, per quanto più immensamente bella sia.
Non mi interessa il perché. E’ un fatto innegabile. Le motivazioni, posso essere lette politicamente, sociologicamente o quant’altro, resteranno sempre e comunque teorie soggettive, e relative.
Questa presunta rivoluzione all’incontrario dei Beatles, abbi pazienza, a me continua a suonare terribilmente ridicola. Nell’articolo viene a proposito minimizzato il fatto che sì i Beatles ebbero un enorme successo, ma che anche altri ne ebbero, di natura probabilmente meno isterica, ma profondo, e planetario. Soprattutto, contemporaneo. Per dire, nell’articolo si parla tanto di contestazioni ed Era dell’Acquario, ma non era necessario attraversare l’oceano atlantico per sentire musica di altro genere: già sulla east coast la musica parlava d’altro.
L’impatto dei Beatles - la loro presunta natura reazionaria - è ben poca cosa alla fine, rispetto al popò di responsabilità che il tuo articolo attribuisce loro: otto anni scarsi. Eccola qua, tutta la faccenda. Otto anni scarsi di (presunto)lavaggio-del-cervello quando contemporaneamente tanta, tantissima gente s’ascoltava Hendrix e compagnia bella. Le grupies che lanciavano le mutandine a Paul McCartney di lì a poco avrebbero cominciarono a strapparsi i capelli per qualcun altro, o ancora meglio, avrebbero cominciarono a farseli crescere come Robert Plant o a colorarseli di blue per stare dietro ai Ramones, o ai Sex Pistol.
Dunque tutto questo rumore per cosa? Un pugno di anni di successo strepitoso, con un apice che - guarda caso - è coinciso con l’inizio della fine della west coast americana, che stava – Beatles o non Beatles – già per diventare qualcosa d’altro. Non dimentichiamoci, che gli amanti viscerali dei Fab Four ci sono sempre stati e sempre ci saranno (come quelli di Elvis o di Carusone, per quel che ne so), ma per tutti gli anni settanta e gran parte degli ottanta era meglio covare il proprio furore amoroso nel segreto della propria cameretta, se non si voleva pigliare un paio d’etti di sogliole in faccia. Ottima mossa: ottundere le masse affinché non facessero la rivoluzione hippie per servirgli sul piatto d’argento quella punk.
Non è che forse, dico forse eh, i Beatles siano semplicemente stati i “Casablanca” della musica? Una struttura semplicissima per mettere a proprio agio l’ascoltatore, con l’aggiunta di un’accozzaglia di generi già ampiamente collaudati, per commuoverlo. E’ un mix che funziona dai tempi di Shakespeare, e non smetterà mai di funzionare. Lo dico come un fatto, non come un merito: ci si commuove quando suona “La Marsigliese” nel Rick’s Bar, perché sì.
E tu, che blateri tanto di “pensiero reazionario”, tu più di chiunque altro dovresti sapere che per superare “La marsigliese” in quella bisca marocchina, bisogna studiare. La raffinatezza, e il piacere del bello, il gusto per le forme d’arte più strutturate hanno una percentuale “naturale” piuttosto bassa. Per non parlare di quel che può succedere quando ci si imbatte in un genere del tutto “alieno” alla propria cultura d’appartenenza. Asserire che il pueblo debba sorbirsi surrogati pacchiani per poter accedere alla “cosa vera”, non suona male perché è insita nel discorso l’idea che il pueblo sia bue. Suona male perché quando si parla di queste cose il pueblo non si dovrebbe neppure nominare. Questa visione di orde illetterate da una parte e masse di Stephen Hawking dall’altra, a me sembrano francamente le due facce della stessa obsoleta medaglia. Magari sarebbe più corretto parlare di individui che hanno abbastanza curiosità e intelligenza per non accontentarsi del surrogato, o di certi surrogati che hanno abbastanza scintilla vitale da stimolare delle domande, una ricerca, una strada non ancora battuta.
E i Beatles quella scintilla, ce l’avevano. Piccola, piccolissima, quel che vuoi tu. Ma c’era. Ecco perché dopo quasi quarant’anni si ascolta ancora con piacere “Eleanor Rigby”, mentre di Rihanna e la sua cazzo di Umbrella non sentiremo mai più parlare. Almeno spero.

7 commenti:

Paola ha detto...

Eccheccazz, era tutto bellissimo, poi un crollo nel finale. Umbrella-ella-ella è una canzone fichissima.

(prima che a qualcuno punga vaghezza di riprogrammarmi, per me la psichedelia anni '60 vordì Red C/Krayola e Godz -- emmepiace Umbrella-ella-ella, sì, mbeh?)

Numero 6 ha detto...

Gli inglesi hanno smesso di discutere dei Beatles da una ventina d'anni, noi riusciamo ancora ad accapigliarci, come sulla Resistenza e sul '68.
Penso che sia un problema congenito all'italianità.

Rosa ha detto...

Mah, non credo sia proprio un discorso sui beatles, francamente.

Anonimo ha detto...

Infatti, non e' un discorso sui beatles.

E' una misowesternia a prescindere.

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Ho una compilation di 21 marsigliesi diverse e stranamente questa di Casablanca mi mancava...

Posseggo una rara marsigliese gospel lenta e una marsigliese per violino jazz ...

per non parlare di quella, rarissima, in minore dell'ispettore Closeau...

daniele ha detto...

Hehehe... Il vecchio Scaruffi le sue idee musicali le ha in piazza da vent'anni- e il suo website e' una miniera formidabile di informazioni e critiche taglienti. Credo abbia contribuito molto alla rivalutazione di molta musica non "mainstream" per lo meno tra noi italiani: se non altro perche' il suo sito e' bilingue. Che qualcuno possa non condividerne i giudizi e' elementare (di opinioni si tratta), ma tutto il suo lavoro ha un impianto solido e vale la pena leggere le sue dichiarazioni d'intenti, che rispondono con logica impeccabile alle varie critiche (beatles compresi).
Si trovano qui:
http://www.scaruffi.com/music/letters.html
e qui:
http://www.scaruffi.com/music/criteria.html

d.

Anonimo ha detto...

Prima che cominciate a pensare che io sia una persona orribile, e così stronza da elucubrare teorie blasfeme - che so - tipo che la Bergman ha fatto bene a mollare Bogart in quel diavolo d'aeroporto, vorrei rassicurare gli animi dicendo che la scena della marsigliese piace tantissimo anche a me.
Ciò che intendevo con quel "superarla" stava semplicemente a significare che la cinematografia mondiale ha prodotto anche altre scene, altrettanto bellissime, ma di fruizione meno immediata. E che magari richiedono un pò più di impegno per essere gustate.
Diciamo che il mondo sarebbe un posto triste senza scene come quella della Marsigliese, ma probabilmente lo sarebbe lo stesso se quella scena fosse il meglio che l'umanità fosse in grado di elaborare (o di comprendere).
Tutto qui :)

R.B.

pim ha detto...

grazie per averci fatto scoprire R.B., una persona che pensa bene.