domenica 20 agosto 2006

perchè questa guerra è diversa da tutte le altre

Da Euston Manifesto:

È un’estate confusa questa, nella quale molti giungono a conclusioni che si dimostrano tanto premature da rivelarsi false solo qualche ora dopo. E, ogni giorno che passa, siamo costretti a dar ragione a quelli, come Gianni Riotta, Lucio Caracciolo e Sandro Viola, che ci hanno avvertito essere la guerra del Libano nient’altro che la prima avvisaglia di un conflitto assai più vasto, e noi vivere in una pallida tregua da non scambiare per pace, una pace, ahimè, assai lontana, come si constata per il vacillare della tregua.

L’oscurità dei tempi rende inoltre invisibili fenomeni importanti e definitivi, oppure li fa vedere in modo distorto.

Ho in mente gli ottimi articoli di Lucio Caracciolo e, in particolare, quello su “La Repubblica” del 15 agosto 2006, che, assieme a considerazioni delle quali occorrerà far tesoro nei duri momenti che ci attendono, diceva in merito all’autodifesa ebraica che lui definisce “assioma”: “Di qui il disprezzo verso le Nazioni Unite e l’insofferenza per qualsiasi ipotesi di schieramento internazionale a protezione dei propri confini”.

Le indecisioni dell’ONU, il voltafaccia della Francia, il caos libanese, sembrerebbero, ma tant’è, proprio dar ragione a “quell’assioma dell’autodifesa” che Caracciolo pare considerare deprecabile. Affermo qui però, un po’ apoditticamente, che non di un semplice assioma si tratta, ma di mito, addirittura un mito fondante dell’identità sionista dello Stato di Israele. Un mito che non comporta, di per sé, alcuna arroganza nei confronti dei Gentili, ma, casomai, una critica - spietata e non so neppure dire fino a che punto giusta - agli inermi 2000 anni degli ebrei della Diaspora. Con questo mito Israele si erse, fin da prima della sua fondazione, a difensore e mentore non solo dei propri cittadini, ma dell’intero ebraismo.

Nelle ostili condizioni del Medio Oriente, il mito dell’autodifesa passò assai presto dal fucile del 1948 consegnato nelle mani di chi era appena sbarcato e subito correva al fronte, passò da quel fucile alla costruzione di un esercito popolare tanto potente da resistere a ripetuti attacchi da parte di armate non trascurabili di Paesi con decine di milioni di abitanti.

Ma fu a quel punto che dal mito dell’autodifesa, un mito ebraico, ne nacque un altro, non ebraico o almeno non del tutto, destinato a durare per decenni: il mito della invincibilità di Israele e, peggio ancora, quello, del tutto non ebraico, della sua onnipotenza. Questi miti non ebraici, questi frutti, recavano dentro di sé anche semi velenosi: l’accusa di arroganza, per esempio, l’accusa di disprezzo, per esempio, e anche, uscito dal falso mito dell’onnipotenza, il pregiudizio (non nuovissimo) della colpevolezza ebraica. Nel quale, purtroppo, sembra essere caduto anche il nostro, pur avveduto, Ministro degli Esteri Massimo D’Alema. Poiché infatti si assume che Israele è onnipotente, diviene anche “onnicolpevole” e, di conseguenza, i suoi avversari sono per sempre “onniinnocenti”: perfino i terroristi suicidi o gli accoltellatori notturni sono visti perciò come vittime dell’onnipotenza ebraica. Questo errore non è solo dei Gentili perché ci sono caduti anche numerosi ebrei, tant’è vero che è stato fatto proprio, negli anni passati, da movimenti come “Peace now”, e anche da me. Poiché Israele era onnipotente, era sufficiente la sua volontà a far cessare ogni guerra. La volontà degli altri veniva semplicemente ignorata.

Ed è qui che si annida quello che oggi viene chiamato l’antisemitismo di sinistra, che si fonda, sì, sul mito recente dell’onnipotenza militare di Israele, ma è incapsulato, o forse geminato, no, forse inquinato, da altri miti assai più antichi e nefandi: l’onnipotenza degli ebrei, il loro essere sempre dalla parte del male, oppure il loro tradimento (dell’Oriente per l’Occidente, ha affermato Asor Rosa, dell’alleanza della Mecca, ha protestato a suo tempo Maometto), il loro essere alleati ai nemici dell’umanità, oggi all’America per esempio, ma ieri al bolscevismo e, nel XV secolo, all’Islam. Fu così che in questi 60 anni, ogni vittoria dell’esercito israeliano portava un sasso sulla sperata futura tomba dello Stato degli ebrei e intanto si diffondeva come gramigna un altro nuovo mito di secondo grado, quasi interamente non ebraico e anzi antisemita: quello dell’uso della Shoah e delle sue vittime solo allo scopo di mascherare l’oppressione perpetrata da Israele sugli inermi palestinesi. E poi quello sulla trasformazione delle vittime in carnefici, e poi quello degli ebrei in nazisti, comune agli integralisti islamici e alle sinistre radicali italiane…

Ricordate i vecchi, o non tanto vecchi, discorsi sulla “nuova Sparta”, quelli sul militarismo israeliano, quelli sulla società militarizzata, quelli sulla scelta preconcetta della forza, quelli su Israele che semina lui stesso l’odio che poi finirà per distruggerlo? Nascono tutti dal mito di secondo grado dell’onnipotenza di Israele, figlio degenere del mito di primo grado dell’autodifesa ebraica.

Torniamo all’oggi. È accaduto che durante tutti questi anni la potenza dell’esercito israeliano progressivamente venisse ad assottigliarsi, in senso relativo, perché i progressi della tecnologia rendevano possibile che bande di assassini disponessero di armi che un tempo potevano essere gestite solo dalle grandi potenze, come per esempio i missili. Ma quel che più conta, è che l’autodifesa ebraica si è progressivamente indebolita anche in senso assoluto perché è accaduto che la società israeliana, sotto gli occhi dei suoi accaniti detrattori, si venisse a configurare in un modo proprio del tutto opposto a quel che veniva malevolmente preconizzato. Poiché Israele non era all’origine una società razzista, poiché nel suo complesso non era neppure integralista, poiché non era nazionalista, almeno non nel senso europeo del termine, in quella società “militarizzata” per necessità, si demilitarizzavano le coscienze. E non nel senso banale e astratto, caro alla nostra sinistra radicale, non nel senso del pacifismo militante, dei cortei, ma in quello, assai più potente, universale e umile, del voler diventare normali, godere per esempio dei modesti vantaggi di un limitato benessere, non vedere i propri figli morire come cani in una serie illimitata di conflitti causati da un cieco integralismo che si abbevera delle proprie sconfitte.

Sì, cari Caracciolo, Viola, Riotta, è successo che Israele ha perso la guerra del Libano - come anche si è ritirato nel 2000 dal Libano del Sud e l’anno scorso da Gaza - perché si è indebolita la volontà del suo popolo di accettare la morte, la morte in guerra, come evento ammissibile. Questo insegna la tristissima pagina scritta da David Grossman per la morte del figlio Uri. Che dice: ”la mia famiglia ha perso questa guerra”, e si contrappone alla “vittoria divina” degli Hezbollah. Tutti i tentennamenti di Israele, le avanzate che non ci sono state, le vittorie che non si sono celebrate, le inchieste che si terranno, le crisi politiche che verranno, parlano di una cosa che mi concerne: sì, abbiamo perso la guerra del Libano (io e Israele), ma abbiamo vinto, forse, una grande battaglia della Storia. Noi ebrei, nel luglio 2006, siamo forse diventati gente normale, come voi, voi, che potete perdere le guerre e sopravvivere.

di A.Z.

Roma, 20 agosto 2006

1 commenti:

finO ha detto...

Off topic: grazie, e apprezzamenti per l'occhiata gettata sul nostro piccolo mondo, avrei usato meno disinvoltamente un epiteto "offensivo" che - è vero - noi usiamo ed abusiamo, ma, appunto: noi.