sabato 1 dicembre 2007

mind the gap

Quando, in Kerala, giovani e intrepidi turisti in viaggio di nozze accettammo - per ben due giorni - l'ospitalità di una simpatica coppia, Satchindram e Mala, conosciuta in un tempio dove eravamo andati a sentire musica classica indiana, non sapevamo ancora che avremmo avuto l'esperienza più bella e difficile della nostra vita.

Il gap che ci divide dalle altre culture è pericolosissimo perché è invisibile. Una volta arrivati a casa loro, Mala mi presentò una anziana donna vestita di stracci, come "our great mother".

Satchindram e Mala vivevano in una casetta meravigliosa, con giardino, ma totalmente priva di tutte le comodità elettriche per noi scontate, la cucina era un focolare nero di fumo: altro che lavastoviglie, non c'era neppure la cucina economica.

"Our great mother", dicevo, disse. E chiesi a Mala se la vecchia stracciona era sua madre.

La mia ospite, tanto gentile e ad un tempo tanto lontana, pur essendo un'insegnante colta e non sprovveduta, reagì con evidente stizza. Come potevo pensare che una donna vestita di stracci potesse essere sua madre? "

"She's our servant" mi rispose piccata.

Era, la serva, una serva per la verità più simile a una schiava e quanto di più lontano immaginabile da una colf: in cambio del suo lavoro riceveva solo ed esclusivamente cibo e una branda per dormire. Per una persona vissuta in una società fondata su caste chiuse la mia domanda era un'offesa: non poteva immaginare, Mala, un mondo - il nostro - dove una quota non piccola dei laureati ha dei nonni contadini, peraltro dotati essi stessi, e da decenni, di ogni sorta di elettrodomestico. Ne' noi potevamo immaginare quello che pure sapevamo, ovvero che i muri tra casta sono pressoché invalicabili.

Furono due giorni meravigliosi e difficili, punteggiati da continui errori. Io restavo imperterrita accanto al mio novello sposo e agli altri uomini, impedendo loro di rilassarsi con un bicchierino, senza accorgermi che le donne mi aspettavano in cucina - festose - insieme ai bambini. Non doveva essere facile neppure per loro avere una coppia di simili zotici per casa e presentarli agli amici: eppure lo fecero con festosità e generosità immensa, perdonando le nostre topiche, e sarò loro grata per sempre.

E' stato difficile ma non è stato un errore, accettare quell'ospitalità, perché quel mondo lontano, classista e diverso - nel bene e nel male - non frusta, non reclude, non chiede la pena di morte a chi non vede i gap culturali.

Gillian Gibbons, invece, ha commesso un errore grave.

Non l'errore - difficilmente evitabile - di dare un nome comune ad un orsetto di Pelouche. Il gap culturale per lei era invisibile: non c'è nulla di meno bestiale di un Teddy Bear, più simile al caro amico immaginario che ci consola nei momenti di solitudine che al puzzolente e poco cordale bestione che popola foreste e ghiacci polari: e presumo sia pieno il mondo di Muhammad (così come di Giovanni, Jerry e Pedro) bruttini, poco intelligenti o antipatici, offese involontarie e ambulanti al Profeta assai più del tenero pelouche.

O forse è proprio la somiglianza del Teddy Bear - consolatore immaginario e sostitutivo della presenza genitoriale - ad una sorta di divinità, ad aver fatto scattare la molla dell'esecrazione. Come fa notare Dawkins la stessa idea di un Dio Personale potrebbe essere un frutto collaterale e secondario della nostra tendenza a produrre il Binker, il Consolatore Interno sempre presente nel momento del bisogno.

Era in realtà proprio il gioco di dare il nome all'orso, in se', foriero di pericoli invisibili. Perché il pelouche è un oggetto, perchè rappresenta un animale, perché l'uso del pelouche come sostitutivo delle carezze della mamma quando il bambino viene allontanato di malavoglia dal lettone è un uso occidentale e presumibilmente del tutto esotico, per un sudanese.

L'affetto per il pelouche, e l'atto - banalissimo e usuale per noi che chiameremmo senza indugi "Cristina" , "Matteo", "Moses" un pelouche - di chiamarlo con il nome del Profeta è in Sudan percepito come bestemmia, o peggio idolatria.

Ma l'errore da gap - come dicevo più su - non è purtroppo evitabile, perché è per l'appunto invisibile. E' un errore molto più complesso di quanto non sia apparso dai commenti sui giornali, e una maestra è una maestra, non è un antropologo culturale.

Temo piuttosto che il vero errore della Gibbons - errore evitabile - sia stato quello di farsi assumere in un paese dove gli equivoci culturali vengono denunciati alle autorità giudiziarie e trattati con il carcere e con le frustate, ovvero dove le differenze culturali non siano sanabili con un semplice reciproco e salutare scambio di informazioni.

Si tratta - semplicemente - di non andare mai e per nessun motivo in paesi così.

16 commenti:

Uriel ha detto...

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Gillian Gibbons, invece, ha commesso un errore grave.
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Si', quello di andare ad insegnare qualcosa ad un popolo che di marciare verso la civilta' non ne vuole sapere.

Quest'idea che sia necessario aiutare, istruire, organizzare gente che non lo merita e' moralmente immonda, quello che alcuni chiamano "gettare le perle ai porci".

Onestamente, se hai leggi del genere,che qualcuno venga anche ad insegnare nelle tue scuole dovresti sognartelo.

Uriel

Anonimo ha detto...

c'era scritto tutto su Tristi Tropici


Psalvus

dacia ha detto...

non sai quanta ragione avete tu e uriel, rosa.

in effetti, ogni volta hce le "nostre" vite si sono incrocaiate ci siamo trovati a dover gestire genocidi diretti (pensa ai nativi americani9 o genocidi procurati (pensa al rwanda o al burundi), oppure ad essere venduti come schiavi o costretti ad obbedire alle nostre ex metropoli, pena la morte (non so se la conosci la storie delle colonie, da quelle inglesi a quelle belghe fino alle italiane e francesi, non è che fossero proprio il nostro piece of cake, cari).

francamente a me che la gibbons abbia deciso di aiutare i "boveri negri" andando ad insegnare inglese o abattezzare peluche, non è che faccia così piacere.

io sono partidaria dello sganciamento dalle politiche globalizzate. l'unica chance di sopravvivenza del continente africano è quello di poter decidere i propri tempi di sviluppo, le proprie priorità.

adesso invece, siamo costretti ad inseguire affannosamente un trenmo che nemmeno paesi parte del G8 come l'italia riescono a raggiungere.

sperimo che ti ascoltio rosa, che nessun organismo sopravvive se non è in grado di sviluppare i propri anticorpi.

ed è vero, i negri non meritano la fortuna di avere persone disposte non solo a sacrificarsi per insegnare loro come aiutare il "vero sviluppo" della parte che conta della razza umana, autodistruggendosi, dal punto di vista culturale, sociale, economico e politico.

ma non non meritano nemmeno di avere dei così cortesi difensori della loro dignità. che quando quste cose le dice il blondet sono razzsimo, ma quando le dite voi (rosa ed urile, eh?) si tratta di dichiarazione progressista ed antirazzista.

mavalà, iaia

rosalux ha detto...

Io sono favorevole alla presenza di scuole internazionali, sono favorevole alla possibilità delle maestre di insegnare all'estero, avverso l'idea che le culture siano impermeabili ed eterne, ritengo al contrario che il contatto tra le culture sia fecondo, e sono convinta che la battaglia contro la globalizzazione - in particolar modo quella idiota e violenta condotta tramite fustigazione delle maestre - sia una patetica e ridicola minchiata, essendo la globalizzazione un fenomeno non arginabile, iniziato con il paleolitico, legato allo sviluppo tecnologico dei mezzi di comunicazione e dei trasporti.
I cinesi ci hanno colonizzato con la carta?
Sticazzi, Dacia. Se questo ti fa sentire una bovera negra in confronto ai cinesi, beh - CAZZACCI TUOI - io invece la carta dei cinesi la voglio! è mia! giù le mani! non permetterti di nazionalizzare la cultura!
Lottare contro la carta sarebbe stato semplicemente idiota, e perdente, e infatti la carta ha vinto.
Non accetto in alcun modo che questo venga chiamato "razzismo".

dacia ha detto...

mica chiamo razzismo il fatto che tu voglia usare la carta, in tutte le sue espressioni.

penso che il pezzo che hai scritto grondi nella prima parte di paternalismo, enella chiusa di un razzismo talmente violento da avrmi lasciato senza fiato.

iaai

rosalux ha detto...

Paternalismo sta minchia. Ma davvero secondo te è "razzista" sconsigliare a chicchessia di andare in posti dove si rischia di venire frustati, arrestati o linciati dalla folla per una minchiata di cazzonissimo errore? Magari prova ad argomentare, invece di insultare e basta, vah, fai sto sforzicino.

dacia ha detto...

secondo me lo è, qyuando fatto cone le modalità con cui l'hai fatto tu.

dopodiché, pur rimanendo la mia stima immutata, prendo atto che sei una simpatica signora paternalista e razzista, quando si tratta di neri.

nulla di male, ciascuno di noi ha le seu dèfaillances, questa è la - nel panorama bellissimo della tua persona - la tua piccola bidonville.

iaia

rosalux ha detto...

Vabbeh, lasciamo perdere che poi mi danno del luccio, e hanno pure ragione.

Uriel ha detto...

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ma quando le dite voi (rosa ed urile, eh?) si tratta di dichiarazione progressista ed antirazzista.
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Se ammazzare una persona perche' ha dato un certo nome ad un orsacchiotto e' "progresso", allora lo ripeto: e' semplicemente meglio lasciare che l' HIV li stermini.

Tanto, coi tassi attuali e' solo questione di tempo.

Io non penso, cara Dacia, che ogni popolo ed ogni cultura sia come la gioconda o come la piramide di cheope, che perdendo loro si sia perso chissa' cosa di speciale, importante, unico e raro.

Se una determinata civilta' non riesce a competere con le altre -anche sul piano militare- , la sua scomparsa non e' nulla di stravagante.

Da circa 300 anni alcuni popoli del mondo non sono riusciti a sostenere un confronto, uno scontro o nemmeno un competizione con l'occidente. Dal mio punto di vista, la loro scomparsa mi lascia indifferente: e' vero, i CowBoy avevano i cannoni, gli indiani no. Questo rendeva lo scontro meno leale, ma piu' meritocratico: invece di grattarsi il culo, il loro stregone poteva sempre inventare la polvere da sparo.

Oggi come oggi l' Africa muore.Muore di fame, muore di sete, ma specialmente muore del fatto di non aver saputo produrre una cultura altrettanto competitiva.

Ho sempre trovato che sia una forma di perversione antimeritocratica andare ad aiutare chi non ce la fa: Confucio insegna che il cane che affoga va bastonato, non salvato, cosi' gli altri cani imparano la prudenza nei confronti dell'acqua.

Non ho nulla in contrario al fatto che i popoli perdenti scompaiano dalla storia. E' successo tante volte all' Italia, per dire: la cancellazione della civilta' romana, le invasioni...

puo' succedere anche ad altri. Il colonialismo non e' mai stato un male in se', se non fossimo stati una colonia francese l'illuminismo non sarebbe mai arrivato qui.

Razzista? Semplicemente, al mondo non esiste il pasto gratis. Se non ti organizzi, non mangi. E se non mangi, crepi di fame.

E' semmai osceno ed intollerabile che qualcuno usi le proprie risorse per aiutarti. Quel posto andava bombardato, non ci si dovevano mandare insegnanti.

Dove cazzo facciamo,se no, i campi da golf?

Uriel

iaia ha detto...

come preferisci. che vuoi, ognuno ha le sue opinioni.

comuqnue per me non sei un luccio: sei una bellissima sirena.

iaia

iaia ha detto...

uriel,

sai che amo le iperboli, mi piace il barocco.

ma ti ho letto, e riletto. non riesco a scorgere l'ironia, nemmeno il sarcasmo, in quello che scrivi.

solo un odio profondo ed infinito e una pochezza umana che ha del raccapricciante.

sei agghiacciante. per quanto mi riguarda, non credo di voler condividere con te nemmeno lo spazio dei commenti da rosa.

tolgo il disturbo. e stai lontano dai miei.

dacia valent

Uriel ha detto...

Dacia,

se c'e' una cosa in cui non credo e' la bonta' altrui. Non mi illudo nemmeno per un istante , per esempio dopo aver visto Hutu e Ibo al lavoro, che gli africani potessero ci penserebbero meno di due minuti a sterminare tutti gli europei a colpi di machete.

Non credo, e non ho mai creduto, al mito del colonialismo. Non ci ho mai creduto come italiano, cioe' come cittadino di una nazione che e' una colonia dalla fine dell'impero romano d'occidente in poi.

L'impero romano ha civilizzato tutto cio' che conosceva, per una semplice ragione: si poneva una missione civilizzatrice. In seguito, lo stato francese (il piu' vecchio d'Europa) ha fatto la medesima cosa. Lo hanno fatto gli spagnoli, poi gli inglesi.

Del resto, Ivan il Terribile non avesse scatenato un pogrom, i "buoni" mussulmani non ci avrebbero pensato due volte a sterminare i russi e instaurare un califfato.

Che ti piaccia o meno, quello che ti viene fatto non e' altro che quello che faresti tu; e non mi raccontare di essere sconvolta dal mio "odio", perche' a leggere il TUO, di blog, non si legge nulla di meglio: la verita' e' molto semplicemente, ed e' evidente quanto mai, che se Ahmadinejad o qualche altro mbongo sterminasse qualche decina di milioni di "occidentali", tu saresti li' a gongolare.

Non mi illudo minimamente del fatto che dall'altra parte della trincea ci sia "brava gente", nel senso che il problema e' del tutto irrilevante: il nemico si uccide perche' e' nemico; pensare che sia malvagio aiuta i soldati a farlo.

E oggi non vedo altro che gente che un giorno dichiara di essere un nemico mortale, l'altro giorno di essere trattata secondo una legge diversa da quella di guerra: i diritti umani.

In guerra NON ci sono diritti umani. Al limite ci sono regole d'onore, che sono figlie della cavalleria medioevale occidentale.

Cioe' qualcosa che non riguarda minimamente altri popoli che non siano quelli figli della chanson de geste.

Ma che cosa credi, di dare a bere che il mondo islamico o il terzo mondo, se potessero, non ci sterminerebbero dal primo all'ultimo?



Uriel

tupaia ha detto...

io invece ho il massimo rispetto per coloro che hanno abbastanza coraggio da andare in posti del genere, e spero che questo incidente non scoraggi nessuno. A quei bambini veniva data la possibilita' di conoscere un'altra cultura, e questo sicuramente avrebbe creato loro un'apertura mentale che i loro genitori non hanno, il che mi sembra un gran passo avanti. Spero che qualcun altro, magari un po' meno avventato e che studi prima le leggi della sharia, voglia sostituirla.
ciao
tupaia

danilo ha detto...

Uriel non è commentabile, punto. Non se si vuole evitare la coprolalia, intendo.
Ma...
Questa, di cui parli, è gente. Persone. Esattamente come noi.
Come puoi dire che nessuno dovrebbe mai più andare da loro?
Beninteso, _io_ non lo farei. Ma io sono un vigliacco.
Epperò, un conto sono i gap culturali, altro è il dolore delle persone. Io non vorrei mai e poi mai convincere qualcuno a non adorare il grande cocomero, oppure a non dipingersi la faccia di blu. Son cazzi suoi.
Ma vorrei convincerlo (o magari anche obbligarlo) a non frustare qualcuno a causa delle proprie fissazioni.
Non mi pare che ci sia niente di sbagliato in questo. E se si riesce a farlo, poco per volta, introducendo una cultura in cui il benessere di ogni persona prevale sui valori assoluti, beh, meglio.
Sbaglio?

rosalux ha detto...

x danilo e tupaia:
la vostra è una visione da missionari. Io non credo che si possa "introdurre" una cultura o un'altra: credo che si possa pretendere delle garanzie. Un paese che affida al clero il compito di giudicare le responsabilità penali non offre assolutamente queste garanzie. Naturalmente non credo che andarci sia un "colpa", credo sia un errore personale.

Uriel ha detto...

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Questa, di cui parli, è gente. Persone. Esattamente come noi.
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E quindi? Il solo fatto di essere una persona ti renderebbe qualcosa di unico, perfetto, assoluto? Ti renderebbe una Monna Lisa, una piramide di Cheope, qualcosa senza il quale il mondo e' un posto peggiore?

"Esattamente come noi" e' un concetto astratto. Diciamo "esattamente come te".

Io, ad una faida tribale, non ci ho mai partecipato, invece. Sai com'e', il mio calendario segna il 2007.Oggi, intendo.

La differenza tra un animale ed un essere umano e' la capacita' di inserire un momento di raziocinio tra lo stimolo di fare e l'atto di fare.

Se appena ti dicono "ammazza l' Hutu", tu prendi e parti con il machete in mano, spiacente ma sei meno umano del mio cane, che almeno prima di cagare si chiede *dove* farlo, inserendo "evidentemente" un momento di raziocinio tra lo stimolo di fare e l'atto di fare.

"Umano" e' una parola pesante, fattene una ragione. Occorre molto piu' che essere antropomorfi, per esserlo.

Prima che ti metti a strapparti i capelli no, non ne faccio una questione di razza: per me puoi anche essere bianco come un lenzuolo, se non metti un cazzo di momento di riflessione tra i tuoi stimoli e le tue azioni sei meno di una bestia.

Qui ormai il titolo di "umano" non si nega a nessuno, vedo...

Uriel