sabato 14 febbraio 2009

o sei fuori o sei dentro

Un interessante descrizione di come si diventa ebrei, senza credere in Dio.

E' esattamente quello che è successo a molti ebrei lontani dalla cultura ebraica e dalla religione durante il fascismo, è quello da cui sono stata risparmiata io essendo convertita alla nascita (mia madre non è ebrea) ed è quello che non è accaduto ad Amery, ebreo senza alcun legame con l'ebraismo, morto suicida dopo Auschwitz, orfano della sua haimat tedesca e deprivato definitivamente della sua anima.

Da parte di molti antisionisti, e paradossalmente di molti ebrei, questo "ritrovarsi" ebrei proprio malgrado e sentirsi tali senza credere e - quel che più conta - senza "osservare", non è visto con simpatia.

I primi pensano che si tratti di uno strano trabocchetto per ottenere qualche non meglio identificato vantaggio. Un passaporto in più, la possibilità di lagnarsi delle persecuzioni, magari un bell'appartamento a Sderot.

I secondi vedono questa identità povera di contenuti culturali e religiosi come una sorta di "resa" all'agenda del nemico. Non si può, dicono, costruire la propria identità sotto il diktat del tuo "nemico".

Io dico invece che non è ne' bello ne' brutto, semplicemente è un dato di fatto "naturale", quasi fisico, e inevitabile. Quando il grado di casino supera una certa soglia la bestia si sveglia e chiede il suo tributo, e se ti chiami Cohen o sei fuori - e devi dichiararti "contro" al di là di ogni possibile equivoco e sfaccettatura - o sei dentro, e fortunatamente finora si può essere "dentro" l'ebraismo senza subire alcun diktat.

Oppure finisci come Amery, senza identità. E allora sei morto.

8 commenti:

Anonimo ha detto...

Ma questo non vale per qualsiasi identità, che se non ce l'hai non sei nessuno?

Shylock

Rosa ha detto...

Mah, tutte le identità (tanto più quella ebraica) sono assai meno nette e nitide di quello che crediamo. Tu ti sentirai un padovano, ma a un altro livello ti sentirai italiano, ma a un altro livello europeo e così via. Se vai a vivere in Olanda, ti senti italiano, e dopo dieci anni che stai lì torni qua e ti senti olandese! Ma l'ebreo assimilato (o anche - come in questo caso - qualcuno che di ebraico ha solo il nome) che non sviluppa alcuna identità ebraica si ritrova prima o poi e suo malgrado o a doverla o assumere o negare radicalmente... il caso di Amery poi è peculiare. Un tedesco che ama la germania e non ha nulla a che fare con gli ebrei, dopo Auschwitz non è *davvero* più nessuno. Non può più essere un po' di questo e un po' di quello come tutti noi...

restodelmondo ha detto...

Questo vuol dire che l'identità ebraica diventa qualcosa di monolitico, essendo un rifugio? O l'arrivo di esperienze così diverse la modifica - magari rendendola più varia?

O un misto dei due fenomeni?

farlocca farlocchissima ha detto...

è vero che se non sai chi sei, se ti sei perso, muori. non sono le etichette però a risolvere la questione, siamo noi a dover trovare "un punto interno" che possa farne a meno e possa fare a meno anche delle identità culturali. se no sei perso comunque.

ipazia.dioniso at gmail.com ha detto...

non so, ci devo riflettere, ma hai colpito.

ipazia

Rosa ha detto...

Uhm, dai commenti che ricevo qui (e le mail in pvt) mi sa che non mi sono spiegata.
Intanto premetto che non sto affatto parlando dell'identità ebraica, ma della *mia* identità, costatando semplicemente che non è una condizione solo mia (vedi articolo di Cohen).
Non credo ci sia proprio nulla di "monolitico", ne' che si tratti di etichettare. Piuttosto il contrario, è una condizione - quella che descrive l'articolo che ho citato e che comprendo in pieno. Comprendo l'esasperazione di questo Cohen, che deve spiegare ad orecchie che non lo ascoltano che lui *non* è ebreo, e che essendo costretto a negarlo senza essere creduto, con la sola alternativa di affermarlo attraverso atti di fede "antisionista" finisce per sentircisi sempre di più. E' un meccanismo quasi automatico, non è un volersi "attaccare" ad una identità...

farlocca farlocchissima ha detto...

sì era chiaro per me che parlavi di questo meccanismo perverso, il mio cognome quello dell'anagrafe, fa sì che per andare in siria anni fa mi chiesero il certificato di battesimo. dalle mie parti non sono ebrei da un po' ma non gliene frega nulla a nessuno, io semplicemente non sono andata in siria, anche perchè non avevo un certificato di battesimo... l'ebraismo però è parte della cultura familiare, della mia cultura, della storia della mia famiglia, l'unico modo per farci pace, per me è accettarlo, incluso il fatto che l'amico arabo o filoarabo, magari un po' estremista, quando capisce da dove vengo, dica cose tipo "strano però!" poi se ne frega, se non lo fa, o aggiunge frasi tipo "non si direbbe" smette di essere un amico, ma il cretino è lui/lei nel caso. è il mondo che mette etichette, continuamente, sta a noi, secondo me, fregarcene e vivere secondo noi stessi, pezzi di ebraismo-cattolicesimo-l'anima-dei-morti-nostri inclusi.

Eugenio Mastroviti ha detto...

Val la pena di leggere anche questo articolo, che fa il paio (IMHO) con quello di Cohen:

http://www.independent.co.uk/opinion/commentators/howard-jacobson/howard-jacobson-let8217s-see-the-8216criticism8217-of-israel-for-what-it-really-is-1624827.html