sabato 17 maggio 2008

relativismo culturale

E' un giorno qualsiasi di un inverno qualsiasi, la scuola materna chiusa per derattizzazione e una babysitter con l'influenza, e così la piccola Mirna gioca nel suo box, sotto una lama di luce che riscalda l'immensa stanza del laboratorio.

Attacca dei piccoli brandelli di carta alla rete del box, e quando cadono ride forte. Ride forse dell'imperizia delle sue manine, o forse della forza di gravità - per lei ancora non scontata.

Sua madre - Medico della Riproduzione - è nell'atrio della clinica a godersi il suo secondo caffè: in laboratorio Guglielmo, il tecnico, sorride a distanza alla bimba e risponde ai suoi gridolini con dei buffi suoni gutturali, distraendola momentaneamente dal suo gioco e distraendosi mentre sistema i risultati di alcune analisi sulla scrivania.

All'improvviso, una specie di sordo rombo dalle viscere della terra gela il sangue del tecnico, la terra trema.

Trema la terra e trema il laboratorio, all'ottavo piano. Tremano gli armadi, le scansie, i pensili, cadono le carte dalla scrivania.

Una lunga lampada al neon si è parzialmente staccata dal soffitto: pochi secondi e cadrà sulla testa di Mirna, ora sospesa in un istante di silenzio tra la gioia del gioco, bruscamente finito, e il terrore istintivo della terra in rivolta. Cadrà sulla testa di Mirna, uccidendola. Sul lato opposto della vasta stanza, ovociti fecondati pronti per l'impianto tremano vigorosamente nel liquido delle provette: è effetto del sisma, non è paura.
Sono quattrocentocinquantasette, e l'armadio che li contiene ha una zampa bagigia. Pochi istanti, e cadrà.

Il tecnico può salvare Mirna o 457 ovociti, ma deve scegliere, perchè il tempo stringe.

Questo per qualcuno può rappresentare un dilemma etico.

Il mio dilemma etico invece è un altro: posso arrivare ad essere così relativista da accettare che per qualcuno questo...rappresenti un dilemma etico e non una scelta ovvia e obbligata?

13 commenti:

Ivo Silvestro ha detto...

Ottimo esempio: chiaro ed efficace.

Certo, un sostenitore della pari dignità tra bambini nati e non nati potrebbe ribattere che un conto è quel che istintivamente si è portati a fare, un altro è quello che razionalmente (e alla luce di quel che la scienza avrebbe dimostrato) si deve fare.
Comunque, ottimo esempio: complimenti.

rosalux ha detto...

Grazie, se devo essere onesta la drammatizzazione è mia, ma l'esempio è venuto in mente a un mio amico. Non capisco bene l'obiezione però. Per me l'etica è legata al non creare dolore: il terrore della bambina è dolore, la morte della bambina è dolore, lascerà una scia di tristezza in tante persone, e lacererà l'anima di chi non è riuscito a salvarla. La fine del contenuto di quelle provette non susciterà - se dobbiamo essere onesti - nulla di tutto ciò. Non muterà di una virgola l'esistente, non provocherà dolore. Ora, questo è ciò che intendo io per "etica". Se qualcuno intende la sacralizzazione di un pacchetto di cromosomi, solo perchè appartenenti alla specie Sapiens Sapiens ti posso solo dire che la sua morale per me è selvaggia, e faccio molto fatica ad essere così relativista e accettarla, esattamente come faccio fatica ad accettare che qualcuno possa pensare prima al suo portafoglio che alla bambina.
La razionalità mi pare poi sia tutta a favore di una sana denatalità: se non diminuiamo volontariamente, saranno certamente le carestie e le malattie a rendere la nostra specie meno epidemica. Per me contano le persone, non il DNA o la specie.

Anonimo ha detto...

Ottimo esempio .
Adesso te ne faccio uno io :
Tizio , in seguito a malattia o incidente , è insensibile al dolore .
Posso frustarlo e prenderlo a pugni per sfogare la mia ira come faccio talvolta con un tavolo oppure no ??

Nel caso in questione comunque io salverei Mirna istintivamente , la razionalizzazione te la troverei dopo .
Ormazad

rosalux ha detto...

x ormazad:
non prenderei a calci neanche un morto, se è per questo, non sputerei su un quadro, non prenderei a calci un albero. Ma che c'entra?

psalvus ha detto...

(terzo tentativo di invio...)

Grazie per l’ottimo esempio. E’ un gedankenexperiment alla Einstein.
Si potrebbe chiamare etica dell’occhio che non vede cuore che non duole.
Infatti – se dobbiamo essere onesti – la morte di un embrione equivale a quella di un moscerino e per usare le tue parole “non mutera’ di un virgola l’esistente e non provochera’ dolore” .
Vogliamo sacralizzare un moscerino? No, certamente. Vogliamo sacralizzare un mucchietto di cromosomi umani? Nemmeno.
Il problema dunque sarebbe solo del limite: Quando sacralizzare il feto? In che epoca di sviluppo? Questa e’ una domanda etica, una domanda molto relativista. Diciamo che all’ingrosso il feto puo’ essere sacralizzato, ma quando? Solo da un certo momento in poi. Chi lo stabilisce? Dipende, dice il relativista. Quale e’ questo momento? Quando possiamo stabilire che ancora è lecito sopprimerlo?

Facile dici tu: quando “non mutera’ di una virgola l’esistente e non provochera’ dolore”. Anzi se dobbiamo essere onesti fino in fondo dobbiamo ammettere che ci sono dei casi addirittura che non solo la soppressione del moscerino o dell’embrione o del feto che dir si voglia, non provochera’ dolore, ma anzi provochera’ persino un certo sollievo per quelli che gli stanno intorno. Accrescera’ la felicita’ addirittura. E allora dov’e’ il problema?
Se dobbiamo essere onesti e sinceri fino in fondo rimuovere tutte le vite doloranti per se e per gli altri (malati, vecchi decrepiti, surplus embrionale etc) accresce la felicita’ complessiva del mondo .

C’e’ pero’ un problema: questa ottimizzazione della felicita’ delle persone, (delle Persone almeno con la P maiuscola, di quelle che si meritano la P maiuscola), questo tendere verso un mondo migliore mi fa venire in mente qualcosa, un dejà vu. . Ce l’ho sulla punta della lingua, ma non riesco a ricordarlo. Mi puo’ aiutare tu?

(fine terzo tentativo, en passant: splinder e' meglio di blogger)

Ivo Silvestro ha detto...

@rosalux: l'etica è una faccenda almeno in parte razionale, e razionalmente si possono scoprire cose che contrastano con l'immediato sentimento.
Un esempio stupido; sugli aerei si raccomanda ai genitori, in caso di emergenza, di mettere prima la propria maschera di ossigeno, e poi di metterla ai bambini. L'istinto è quello di occuparsi prima di loro, ma il risultato sarebbe pessimo: prima di riuscire a salvare il piccolo si sverrebbe.

Non intendo assolutamente tracciare un parallelo tra i due casi: quello della dottoressa non è certo una reazione istintiva da correggere (e credo che chi lo sostenga sia una sorta di mostro).
Mi sono tuttavia immaginato questa possibile risposta, anzi: non l'ho immaginata, ho proprio letto teorie simili, del microscopio che ci permette di capire che la morula è una persona (!) anche se non ci sembra.

Anonimo ha detto...

Bella lettura. Se mi facessi la domanda finale risponderei si, perchè accettare non implica giustificare né seguire.
Solo non ho capito come mai il titolo è "relativismo culturale" e non "relativismo etico"...
grazie!
Gopk

rosalux ha detto...

x psalvus, gopk, ivo
Per esempio, secondo la legge ebraica la "persona" inizia con la nascita, e con lei i suoi diritti. Prima, appartiene alla madre. Capisco perfettamente il problema di tranciare una riga, capisco meno quando - come nel caso delle analisi preimpianto - si nega alla donna la possibilità di una diagnosi precoce di malattie gravi, quando abbiamo una legge che le consente di abortire dopo l'amniocentesi - ovvero al quarto mese - proprio in base al principio che la sofferenza della donna deve esserci. Stesso discorso per la RSU. Posso capire - con uno sforzo di relativismo - che per qualcuno una morula sia un "valore" più di quanto sia per me, ma non riesco a non giudicare profondamente immorale il considerare la morula come un bambino. Anch'io trancio delle linee, questo intendevo dire con il mio post, e per esempio, la mia linea è questa: se il tecnico di laboratorio salva le provette invece che la bambina, per me è accusabile e condannabile per omissione di soccorso. Non sono abbastanza relativista per accettare che qualcuno salvi delle provette e non una bambina, e mi indigna che lo faccia. Credo peraltro che la scienza poco ci aiuti a definire l'etica. Per me tra una morula e uno scimpanzè maturo non ci sono storie, e non mi importa nulla che il DNA della morula sia umano, perchè non considero sacro il DNA ma la coscienza, la sofferenza, la consapevolezza, gli affetti.

Anonimo ha detto...

cotanta confutazione , io mi sarei vergognato anche solo di pensarla.


e poi ci si lagna che a Sinistra , Cacciari e Vattimo siano personaggi rispettati.


saluti

p.s.
ma Cacciari fa ancora il filosofo?

rosalux ha detto...

Quale confutazione? Non ho capito cosa vuoi dire.

annarosa ha detto...

Non mi sembra una novità; assomiglia a molti altri "dilemmi etici" in cui non c'è per forza una risposta giusta. Vedi l'esempio del treno che davvero simile.

http://www.exibart.com/blog/navigaperkeyword.asp?keyword=antropologia

rosalux ha detto...

x annarosa: non sono d'accordo. Se non ricordo male, il dilemma del treno pone chi lo deve risolvere di fronte al problema della responsabilità. Per salvare più vite umane - premesso che ogni vita umana ha lo stesso valore - bisogna intervenire sul "fato" e rendersi responsabili della morte di una persona che altrimenti sarebbe stata viva. Quello che io invece intendo sostenere nel mio post che dare ad un embrione lo stesso valore che ad un essere umano fa parte di un sistema di valori che non solo non mi appartiene, ma mi disgusta. Io salverei la bambina indipendentemente dal numero di provette contenute nell'armadio, e senza pensarci due volte.

annarosa ha detto...

Sarebbe interessante sapere se un membro del KKK risponderebbe in modo diverso al dilemma del treno ponendo che le persone coinvolte (variando le alternative) fossero di colore. O ad un antico Romano mettendo in "gioco" schiavi e Cives. O a P.Singer neonati e bonobo. Dipende, ovviamente, dai valori di riferimento. Quindi il tuo esempio a te -che non credi nel valore individuale di ogni singolo embrione umano- fa un effetto, a chi invece ci crede ne fa un altro.