lunedì 19 febbraio 2007

sinologi dilettanti

Maria e Uriel, la prima qui nei commenti, il secondo - in un buffo e prevedibile contraddittorio con una sua proiezione - nel suo blog, contestano un paio di affermazioni sulla Cina: segnatamente 1) che il processo di modernizzazione cinese sia "salubre" e 2) che la Cina stia "uscendo dal comunismo".

Trascrivo due passi del Manifesto del nazionalismo cinese di Xiaodong Wang, fonte: Limes, che mi pare aggiungano una dimensione di maggiore complessità alle nostre opinioni, aggiungendo - se non altro - un punto di vista cinese.

A proposito dell'inevitabilità del processo, e del fatto che la sua "salubrità" venga percepita in modo diverso da chi vive in una capitalismo consolidato rispetto a chi vive quel vertiginoso sviluppo, con tutti i suoi negativi e positivi:

"Molti intellettuali cinesi fanno di tutto per convincere i loro connazionali a non farsi sedurre dallo stile di vita occidentale, scomodando a tal fine pensatori occidentali, la dottrina buddhista, filosofi cinesi come Lao Tsu, Zhuangzi, Confucio, Mencio e finanche Mao Zedong. Il totale fallimento di tali tentativi dimostra come sia perfettamente inutile, oltre che eticamente sbagliato, tentare di convincere i cinesi a non aumentare il loro tenore di vita, invece di aprire un serio dibattito scientifico su come permettere ai cinesi e al resto della popolazione mondiale di diventare benestanti, scongiurando al contempo la distruzione della terra."

Ammetto che definire il processo di modernizzazione della Cina superamento del comunismo sia un modo sommario e certamente incompleto di definire un fenomeno complesso. Peraltro non so nemmeno se la lettura orientale e fondata sul culto della personalità di una ideologia occidentale ottocentesca potesse essere definita "comunismo" a suo tempo, figuriamoci quanto la sua evoluzione moderna possa rientrare nelle categorie marxiste (al di là dell'evidente fallacia di argomenti come che "la Cina va verso la democrazia" e simili, che non ho mai usato e che vengono invece attribuiti a me, o a un interlocutore fantasma che - argomentando per bocca di Uriel - non può che fatalmente risultare svantaggiato nel contraddittorio).

"L'altro grande problema che si presenta attualmente alla Cina consiste nel vertiginoso aumento delle disuguaglianze interne. Garantire ad ogni cinese un buon livello di benessere e un grado di libertà sufficiente a dispiegare pienamente le proprie capacità rappresenta una priorità per la Cina, in quanto da ciò dipendono la solidità e l'equilibrio del suo sviluppo economico, nonchè il mantenimento della pace sociale e lo sviluppo nei cinesi di un forte sentimento di appartenenza e lealtà alla nazione. In Cina vi è una sparuta minoranza di intellettuali che - per raggiungere questo obiettivo, ritiene necessario un ritorno alle strategie di sviluppo maoiste. L'impraticabilità di questa via risulta evidente dal pragmatismo dei milioni di contadini che ogni anno migrano nelle città alla ricerca di opportunità di lavoro che consentano loro di affrancarsi dalla povertà. Le problematiche legate a tali dinamiche sono innegabili, così come la fragilità del presente modello di sviluppo. Tuttavia, quest'ultimo appare preferibile all'attesa messianica di un nuovo Mao".

6 commenti:

Anonimo ha detto...

Ho scritto un commento che tu ritieni evidentemente poco sensato , e mi trasformi immediatamente, a presa di c., in sinologa dilettante.

Strano, perchè chiunque può giudicare che quella mia affermazione ,che ribadisco, non aveva alcuna pretesa di esaurire un tema che tu stessa ritieni complesso ,ma semplicemente dire, prendendo spunto da una tua frase che continuo a ritenere poco felice, che il capitalismo cinese ha ritmi bestiali e selvaggi per milioni e milioni di lavoratori.

La Cina non sono i cinesi, ti premuri di informarmi, ok, ma a parte il fatto che c'è un collegamento non vedo come tale tua affermazione vanifichi la mia.

Vorrei precisare anche che lungi da me pretendere che i cinesi non debbano godere di benessere ed agi che noi abbiamo da tempo , e che il problema del loro sviluppo dovrà per forza essere a carico, senza moralismi o pretese assurde, di tutti coloro che hanno a cuore una buona vita e la sopravvivenza di questo nostro pianeta.


maria

Uriel ha detto...

Niente di quello che hai scritto tange anche di striscio quello che ho scritto io.La cina e' e rimane un paese comunista, con dei ritmi di crescita ampiamente previsti dal comunismo teorico, e una politica che e' quella della NEP, gli stessi squilibri si videro in URSS, anche se piu' deboli.

Non hai contestato proprio nulla.

Uriel

rosalux ha detto...

x maria: scusami, speravo che si capisse: l'ironia era riferita alla mia affermazione, ai commenti, e in particolar modo a quello di Uriel, che sul suo blog ha messo in scena un contraddittorio con una proiezione, l' "ignorante" (battendolo dialetticamente senza alcuna difficoltà, ma con i fantasmi son bravi tutti). Non ce l'avevo con te, figurati, cercavo solo di dire - con questo post - che la modernizzazione della Cina è un fenomeno negativo e positivo sotto molti profili, non esauribile in frasi fatte, a partire dalla mia.
x uriel: nel tuo contraddittorio fantasma metti in bocca al tuo interlocutore argomenti di estrema fallacia, tipo che se il comunismo è una dittatura allora tutte le dittature sono comunismo. Anche i tuoi però non convincono più di tanto. Il più debole di tutti è che "se è già successo in Unione Sovietica allora è comunismo". I due terzi dell'economia cinese sono industria privata e investimenti stranieri. E' stata fatta una riforma che garantisce il diritto di proprietà, mi pare abbastanza per sostenere che la Cina "si sta allontanando dal comunismo".

rosalux ha detto...

A proposito degli argomenti per giustificare l'etichetta di "partito comunista", direi che questa lettura è interessante.
http://snipurl.com/index.php

Anonimo ha detto...

ok rosalux:-)
maria

Uriel ha detto...

Complimenti, un'onesta' intellettuale enorme: continui a citare dati che a tuo dire dimostrerebbero che la Cina non e' un paese comunista; peccato che non dici mai quali dati siano in contrasto con la dottrina del comunismo. Ne' l'investimento straniero ne' la proprieta' sono in contrasto con tale dottrina; dopo un periodo iniziale di espropri , la dottrina comunista prevede (come successe in URSS con la NEP) una politica di distribuzione delle attivita' produttive. Il TUO problema e' molto semplice: stai affermando che la Cina non sarebbe un paese comunista, ma la tua conoscenza del comunismo ti limita al mondo sovietico, per te cio' che non e' sovietico non e' comunista, secondo te nemmeno Tito lo sarebbe stato, in effetti, visto che tollerava sia gli investimenti stranieri che diverse forme di proprieta'. Non sai dirmi cosa in Cina sarebbe non-comunista per la semplice ragione che non conosci la dottrina comunista, tutto qui.

Uriel

P.S: le aziende che hanno investito in Cina non possiedono nulla ivi: quando apri in Cina, devi aprire una Holding della quale il 51% e' dello stato. Tu ci metti il 100% del capitale e ti prendi gli utili, ma non possiedi una cippa di nulla. Quindi, se per "sono investimenti privati e industrie straniere" intendi che i soldi venivano da li' ok, se intendi che chi investe POSSIEDA le cose che ha creato in Cina, ti sbagli di grosso. E' un paese comunista, "possiedi" e' una parola pesante.