Come altre famiglie di giudii, i miei sono stati beneficiati , chissà perché, di un gentile cadeau della Mondadori, e me l'hanno passato senza manco leggerlo: "La Israel Lobby".
Con le mie frequentazioni dei bassifondi di internet c'ho il pelo, e posso ben fare da filtro a loro, che preferiscono al momento sollazzarsi con letture più gioiose e interessanti, avendo letto e visto cose cupe quanto basta.
Ora, sono appena all'introduzione, e se non sono ahimè particolarmente attrezzata dal punto di vista storico per controbattere sulle nozioni e sui fatti, non mi sfugge la assoluta pochezza logica dell'impianto a sostegno della tesi del libro, ovvero che a causa degli ebrei gli USA starebbero agendo - in politica estera - contro i loro stessi interessi.
Finora, due le evidenze a sostegno della vetusta tesi, i cui memi primigeni risalgono ai protocolli dei savi anziani di Sion, con buona pace della litania di excusatio non petite degli autori, come fa notare giustamente Luciano Tas nel suo articolo sopra linkato.
I democratici e i repubblicani avrebbero - a giudizio degli autori - pareri differenti in merito a tutte le questioni politiche tranne una: l'appoggio ad Israele: questo sarebbe a loro avviso un caso assolutamente unico nella storia degli Stati Uniti.
A parte la considerazione ovvia che dichiararsi a favore dell'esistenza dello stato di Israele - minacciata esplicitamente da tutti i suoi nemici - non implica affatto sposare un pensiero unico al riguardo del Medio Oriente, essendo Israele stessa tutt'altro che omologata su una unica linea politica. Sicuramente Clinton ha affrontato la questione israelo-palestinese con volontà politica del tutto diversa da quella operata da Bush: convengo però che schierarsi per la sopravvivenza dello stato di Israele implica fare una scelta di campo ed escludere coloro i quali sono irriducibilmente avversi allo Stato Ebraico.
Un caso unico, nella politica americana?
Ma certo, come è ben noto i democratici finanziavano a pioggia la Cuba di Fidel Castro, e i repubblicani hanno rapporti preferenziali con la Corea del Nord. Giammai si eran visti repubblicani e democratici schierati su posizioni analoghe, in politica internazionale.
Altra prova scientifica sarebbe la guerra in Iraq.
Siccome la si sta perdendo, e dunque è andata contro gli interessi americani, ne consegue logicamente che qualcuno ha manovrato per fare andare male le cose: l'America non può sbagliare.
Naturalmente se la guerra in Iraq fosse stata vinta in tempi rapidi, e si fosse instaurato un governo amico favorevole a fare buoni affari con gli yankee - come da tradizione americana a prescindere dalla famigerata lobby - l'America avrebbe fatto certamente i suoi, di interessi, e questo libro non sarebbe mai stato scritto. Si può pensare che gli americani volessero vincerla quella guerra: ma gli israeliani no?
Paradossalmente, gli stessi autori nuotano nella loro contraddizione con una improntitudine quasi ammirevole. Prima sentenziano che la convergenza di interessi tra gli israeliani e gli americani ha cessato di esistere con la fine della guerra fredda, e poi - dopo avere sostenuto la proposizione illogica secondo la quale se il pantano Iraqueno è stato ferale per gli americani, la colpa è della lobby pro-israele - ripetono infinite volte che quella guerra lungi dall'aver giovato a Israele l'ha anzi danneggiata.
A casa mia la scelta di invadere l'Iraq si chiama tragico errore politico, oscena mancanza di lungimiranza, esemplare vaccata: ricordo che l'epilogo di quella guerra era stato previsto assai prima che la guerra iniziasse, da analisti politici colpevolmente e stoltamente ignorati dalla amministrazione neo-con.
Secondo Mearsheimer e Waltz, invece, è evidente ingerenza di uno stato straniero.
Una domanda sorge spontanea a questo punto: Da quale lobby erano manovrati, gli americani, in Viet Nam?
domenica 14 ottobre 2007
un cadeau velenosetto
Pubblicato da
Rosa
alle
19:19
Etichette: antisemitismo, medio oriente
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10 commenti:
Uscì un articolo di Tony Judt a recensire la prima edizione, hai modo di procurartelo?
Brutta aria tira.
g
"se in Iraq si fosse vinto rapidamente, e si fosse instaurato un governo amico favorevole a fare buoni affari con gli yankee - come da tradizione americana a prescindere dalla nota lobby"
E qui non riesco a non pensare a "Un pesce di nome Wanda": "in Vietnam non abbiamo perso, abbiamo pareggiato!".
(E di seguito la domanda che poni in fondo al post.)
Pensare all'implicazione di "Si può pensare che gli americani volessero vincerla quella guerra: ma gli israeliani no?" - che gli ebrei complottino in qualche modo per la sconfitta dei Veri Cittadini - alza brutte memorie, ecco.
In Vietnam... mah, la potentissima lobby delle triadi cinesi, guidata dal dottor Fu Manchu? (essendo la Cina nemica del Vietnam, come israele è/era nemico dell'Iraq, il paragone fila).
Falecius loggato.
Marco, m'hai tolto la battuta di bocca.
x inquilina: non conosco, mi pare di capire che però sia dei pochi favorevoli alla tesi del libro. Tu l'hai letta?
x resto del mondo: sì, alza brutte memorie. E il labirinto è che non puoi dirlo, che uno che ti accusa di doppia fedeltà è un antisemita, perchè sei un ipersensibile quando va bene, un censore quando va male.
x marco e palmiro: Gli USA: la superpotenza più manovrabile della storia!
@Rosa: Di cosa ti stupisci? A che serve essere una hyperpuissance se non per essere manovrati? Insomma, chi manovrerebbe l'Italia? A quale scopo?
Questa faccenda implica che la Mondadori ha una lista di lettori ebrei? Ho capito bene? Se ho capito bene, rabbrividisco.
Mah, in effetti parrebbe proprio di si.
sì, tira una brutta aria.
Tra l'altro 5/6 giorni fa sul Corriere della Sera di Bologna c'era una pagina intera dedicata al "martire del libero pensiero" Ariel Toaff che, in attesa che il suo libro sia pubblicato nuovamente dal Mulino (pare in febbraio), ha deciso di farsi un anno di sabbatico proprio a Bologna. Dove, dice, ha tanti amici che lo hanno sostenuto in un momento così difficile...
eh, tom, non ci facciamo mancare niente in città...
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