martedì 9 maggio 2006

neri, ebrei e correttezza politica

Credo che la famigerata correttezza politica, in Italia fraintesa e misconosciuta, praticata in modo schematico e buonista in giornali e televisioni, nei film e nelle fiction, sia in realtà un fenomeno culturale di grande interesse negli USA, dove è nata e si va tutt'ora sviluppando. In tutte le culture umane esistono tabù culturali che proteggono diverse categorie: i preti, i pazzi, gli imperatori. la correttezza politica è quel tabù che proibisce l'uso dei clichè, nel descrivere una minoranza. Se in Italia questo sforzo si limita schematicamente - e per non sbagliare - a dipingere immagini di immigranti buonissimi, handicappati dal cuore d'oro e omosessuali virtuosi, negli USA questa cultura influisce profondamente sulle strutture narrative, e nel tempo ha avuto una sua evoluzione. Fino a qualche anno fa era difficile trovare nelle produzioni di fiction televisiva dei neri che avessero difetti "da neri", o degli ebrei che avessero vizi "da ebrei" - secondo i clichè che li caratterizzano. Gli autori o sceneggiatori potevano caratterizzare negativamente questi personaggi, purchè non attingessero a un luogo comune. Naturalmente la realtà che veniva descritta non era "reale" (ma quando mai lo è) perchè è statisticamente impossibile non trovare un nero violento o un ebreo avaro, e in una evoluzione successiva è comparso il "doppio". Posso descrivere un nero che abbia difetti "da nero" purchè gli metta accanto un doppio, un ombra a lui speculare che stia lì a testimoniare la mia distanza dal clichè.
Lacci culturali, questi della correttezza politica, di cui personalmente non mi lamento più di tanto.
Girullando in rete ho trovato - in un vecchio bollettino di Yale la cronaca di una conferenza di Spike Lee in quell'Università.
Lee si lamenta di una nuova tendenza tornata in voga in alcuni film - "the Family Man", "Al di là dei sogni", "La leggenda di Bagger Vance"- di rappresentare neri dotati di poteri speciali. Ritiene - forse non a torto - che questa immagine dei neri buoni e un po' magici si rifaccia ad una sorta di chichè del buon selvaggio, dello schiavo contento. Fa notare con una giustificabile irritazione cone ne "La leggenda di Bagger Vance", che si svolgeva in Georgia durante la Grande Depressione - un epoca nella quale i neri subivano linciaggi quotidiani - il protagonista non trovasse di meglio che usare la sua magia per potenziare una mazza da golf a un bianco.
Curiosamente la sua giusta sensibilità nel riconoscere e disprezzare i clichè del nero mistico - forse un po' ingenui ma neanache tanto denigratori - sfocia in una seccata notazione riguardo reazioni ebraiche al suo "'Mo better blues", dove il ruolo dell'avido e perfido sfruttatore di musicisti neri viene affibbiato ad un ebreo.
Insomma, per qualche motivo secondo Spike Lee il nero magico non può andare, ma l'ebreo avido sì, e il tutto - paradossalmente - sfocia in una protesta contro la eccessiva sensibilità ebraica all'antisemitismo condita da allusioni sul potere ebraico ad Hollywood. A me sembra che tutte le minoranze siano un po' ipersensibili, quando hanno la sensazione di essere rinchiuse in un clichè - tanto più quando questo è denigratorio e storicamente ha provocato morte e dolore. A volte questa ipersensibilità delle minoranze ammetto possa essere irritante, quello che trovo incredibile è che venga attribuita sempre e solo agli ebrei: un ennesimo stanco e vecchio clichè antiebraico, ma talmente condiviso da non venire neppure notato.

4 commenti:

Tisbe ha detto...

La cultura buonista è solo una facciata di comodo considerando che si esporta la democrazia a suon di bombardamenti (intelligenti)

rosalux ha detto...

Non capisco: pensi che l'esportazione di democrazia abbia davvero a che fare con la fiction, o semplicemente sei scattata in automatico perchè hai sentito nominare la parola "USA"?

Il tabù che impone l'evitazione del clichè nel descrivere una minoranza non è "cultura buonista" e non c'entra un accidenti con la guerra in iraq, ma con il fatto che l'America è un paese di immigrati.

Tisbe ha detto...

Credo che sia un'ipocrisia. Quando si evita di dire "negro" e si dice uomo di colore o nero, questo è un atteggiamento ipocrita. La cultura buonista ha preso pide in Italia. diversamente abili, operatore ecologico, ecc. Ma dentro siamo cambiati? Non credo...e credo anche che la cultura buonista c'entri con le guerre: pure quella va esportata ;-)

rosalux ha detto...

Spiegalo ad un nero americano, che è un "negro", e vediamo se ti trova schietta oppure razzista. Non è semplice come la fai tu, spesso gli eufemismi linguistici sono repellenti sistemi per coprire un imbarazzo, ipocrisie, ma non sempre. A volte un termine può essere legato a fatti storici, culturali, ed essere giustamente rifiutato.
La "correttezza politica" in senso migliore, ovvero la evitazione del clichè, ha un valore culturale tutt'altro che trascurabile, anche se in quel senso in italia - come dicevo - abbiamo solo scopiazzato il lato più esteriore.